don peppino
15-05-2008, 23.12.12
Un giornalista famosissimo, un polemista feroce, un divulgatore impareggiabile, un uomo integro ed onesto, una "penna" da far leggere in tutte le scuole (non solo di giornalismo), una personalità unica, una canaglia(:p)? Pensatene ciò che volete, scegliete l'etichetta -o le etichette- che più vi piace, Indro Montanelli è stato questo ed anche, probabilmente, molto di più.
Ho avuto poche possibilità di leggerlo (si consideri che è morto quando avevo solo quattordici anni), ma ricordo con molta nostalgia le sue "Stanze" sul "Corriere della Sera", così come i suoi libri di divulgazione, che mi permettevano di fare bella figura nelle interrogazioni.
L'intervista a Mario Cervi, che qui riporto, ricostruisce la figura di un giornalista di altri tempi, capace di dividere e di entusiasmare, in anni particolarmente caldi per l'Italia e per il mondo. I suoi ritratti, lo so, sono un'altra cosa, ma non penso che si sarebbe potuto scrivere un autoritratto...
Intervista a Mario Cervi. Quando con Indro guardavamo Derrik
Mario Cervi mi accoglie alla redazione del Giornale, nell’ufficio che un tempo fu di Indro e ora è a lui riservato. È questo il ponte di comando del vascello diretto per venti lunghi anni da Montanelli. Una stanza affacciata in Via Gaetano Negri a Milano, in cui innumerevoli volte è risuonato il ticchettio della fida “Lettera 22”, la macchina da scrivere con cui il capitano Indro componeva i suoi alati fondi o silurava il povero malcapitato con un mordace Controcorrente.
Non è opportuno tuttavia abbandonarsi a un eccessivo timore reverenziale per un simile luogo. Montanelli, così avverso ad ogni compiacimento retorico, probabilmente non avrebbe gradito. E il gioviale sorriso di Mario Cervi, l’amico e collega di tante avventure giornalistiche, è un rassicurante invito al colloquio.
Secondo Luigi Barzini fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. Secondo lei?
C’è del vero in quello che diceva Barzini. Soprattutto in passato, ad esempio, in un grande giornale come il Corriere, i giornalisti si muovevano sul confine tra la bohème e la letteratura. Erano tipi notturni, stravaganti. Adesso però la professione è molto più impiegatizzata. Ma rimane un mestiere goliardico e un po’ approssimativo. Va bene per gente di talento, brillante, ma non abituata ad approfondire. Anche se poi i giornalisti non è che non lavorino, anzi! Ma fanno un mestiere che generalmente gli piace molto.
Come è diventato giornalista Mario Cervi. Per caso o per scelta?
Per raccomandazione, come succede sempre in Italia. Era da poco finita la guerra (fine ’45, inizio ’46) e io cercavo lavoro. Lo trovai grazie a un amico di mio padre, stenografo del Corriere. Cercavano giovani a cui affidare lavori “umili”, giornalisticamente parlando, e mi misero a fare il reporter. Sono entrato dai piani bassi, dalle “cucine”. In cronaca il reporter era quello che raccoglieva le notizie dai commissariati, dalle guardie mediche. Poi c’era l’estensore, perché si presupponeva che il reporter fosse quasi analfabeta.
Poi sono riuscito a passare di piano, sebbene un’altra battuta di Barzini era che «il Corriere è un edificio senza scale». Dove entravi, lì rimanevi.
Comunque meglio che in Settimo piano di Dino Buzzati
Beh sì, in quel racconto si scendeva e basta! Comunque nel giornalismo si entra o dai piani bassi, come è capitato a me, o di colpo dai piani alti, come è capitato a Montanelli, soprattutto con i suoi reportage dalla Finlandia, che lo hanno reso immediatamente una star.
Quando ha conosciuto Montanelli?
Subito nel ’46. Ma la mia vera consuetudine con Indro è iniziata con il Giornale, quando mi chiese di andare con lui. Prima stava spesso a Roma e io a Milano, e in più giravo molto, perché facevo l’inviato.
Per lungo tempo lei condusse infatti varie inchieste. Nel 1967 si occupò della giustizia in Italia. E della sua lentezza. Un tema che rimane attuale
Perché non è cambiato niente. Con i suoi difetti l’Italia è di un conservatorismo assoluto. Li mantiene e li preserva con un affetto incredibile. E tutti i cambiamenti che avvengono, sono all’insegna del facilismo. Ad esempio, è giusto battersi contro l’idea dell’avanzamento automatico dei magistrati. Ma per ottenere cosa, se poi si avanza per scelta ma non per merito? Spesso, infatti, la scelta è dettata dai favoritismi.
Oltre che inviato, lei è stato anche storico. E da storico ha lavorato alla stesura della Storia d’Italia insieme a Montanelli. Com’è nata la vostra collaborazione?
Avvenne dopo la pubblicazione de L’Italia in camicia nera. Io gli chiesi quando sarebbe uscito il prossimo libro e lui mi confidò di non trovare più il tempo per occuparsene, gravato com’era dagli impegni del Giornale, che l’avevano anche obbligato a troncare prematuramente L’Italia in camicia nera. Io gli proposi di continuare la serie assieme e lui mi rispose che ne sarebbe stato molto felice. La cosa sembrò finire lì. Ma non si era scordato. Il giorno dopo, infatti, arrivò con due paginette sul discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, quello con cui insediava la dittatura. Quelle costituirono l’inizio del nuovo volume L’Italia littoria. Da qui prese il via la nostra collaborazione.
In verità la gran parte dei volumi successivi, come Indro ha sempre riconosciuto, li ho scritti io, con la sua piena approvazione. Poi lui faceva le prefazioni e le postfazioni, che erano molto importanti. Naturalmente, se dovevo inserire il ritratto di un personaggio di cui Montanelli aveva già scritto, attingevo dai suoi articoli.
Ha mai pensato di continuarla da solo?
Indro stesso mi aveva esortato a farlo. Credo ne avrei le capacità tecniche. Senza di lui, però, senza il suo guizzo d’ingegno, non sarebbe la stessa cosa. E allora preferisco astenermi. Questo è un mio grande rammarico.
La Sua collaborazione con Montanelli alla Storia d’Italia è stata simile a quella di Roberto Gervaso per i precedenti volumi?
No, mi pare che con Gervaso la tecnica fosse diversa. A quanto ho sentito dire, lui gli elaborava una specie di canovaccio e Indro lo metteva in bella copia.
Il vostro approccio brioso e aneddotico attrasse vasti consensi tra i lettori. Ma anche critiche dagli storici di professione. C’è chi motteggiò l’opera parlando di un’«Italia dei luoghi comuni»
Sì, ma è una definizione molto precedente alla nostra collaborazione.
Indro non era uomo dei luoghi comuni, ma un giornalista che sapeva nobilitarli dando loro una spiegazione razionale.
La vostra opera è riassunta nel volume unico “L’Italia del millennio”. Alla fine, qual è la vostra Italia?
Non quella dei luoghi comuni, appunto. Non l’Italia retorica del sole e dell’amore, ma un Paese che da secoli porta sulle spalle un handicap gravissimo, che è il suo deficit di senso civico. Ci sono degli storici che arzigogolano per 800 pagine sulla verità di una tale ipotesi. Ma questo, molto più semplicemente, è un dato di fatto.
Un’analisi non dissimile a quella di Giuseppe Prezzolini nel suo L’Italia finisce, in cui alla millenaria civiltà italiana, espressa magnificamente nella forma dei comuni del ‘300-‘400, viene contrapposta l’intrinseca debolezza della struttura statale nata dopo il 1861, che deve sempre scontrarsi con la cronica mancanza di senso civico del cittadino italiano.
Esatto.
Ma oltre alla collaborazione alla Storia d’Italia, Lei fu anche parte di quell’«argenteria di famiglia» che Montanelli sottrasse al Corriere della Sera per fondare nel 1974 il Giornale Nuovo
Io non partecipai all’ideazione dell’impresa, perché ero andato in Cile, un anno dopo il colpo di stato di Pinochet, per vedere cosa stava succedendo. Al ritorno a Milano – era la primavera del 1974 – trovai ad aspettarmi Egisto Corradi, poi corrispondente di guerra del Giornale, venuto a portarmi la proposta di Indro di passare al Giornale. Dopo averci pensato un po’, accettai. In seguito Corradi mi disse che Montanelli era rimasto molto sorpreso che un “corrierista” come me avesse accettato di buttarsi in quell’avventura.
Quelli erano anni, parola di Indro, in cui la borghesia di Milano flirtava con i Capanna, abbassando gli occhi se incrociava il «fascista» Montanelli. Come ricorda gli inizi “pionieristici” di un’impresa così osteggiata?
Ricordo una sensazione che ci accomunava, quella di essere degli assediati di un castello malfermo. In questo spirito c’era spavalderia, goliardia, ma anche capacità professionale. E la consapevolezza e l’orgoglio di interpretare la cosiddetta “maggioranza silenziosa”. Sapevamo di parlare a nome di un’Italia che non rivelava nemmeno di essere d’accordo con noi perché aveva paura di compromettersi, ma che era d’accordo con noi, magari senza neanche comprare il Giornale.
Un giorno i presidi degli extraparlamentari di fronte alla redazione del giornale esplosero in un’irruzione di scalmanati nella sede del quotidiano…
Quel giorno non c’ero, perché facendo l’inviato ero spesso lontano. Ma questo tipo di irruzioni erano un fiore all’occhiello per noi: l’avallo alla nostra nascita e alla nostra esistenza.
Nel ’77 Montanelli venne gambizzato dalle Br. Al suo capezzale, egli ricorderà poi, vi erano tra gli altri un Berlusconi tanto piangente che a Indro «toccò consolarlo come se avessero sparato a lui». Spadolini tenne un discorso televisivo, nel quale pareva fosse lui il ferito. Ottone invece, nel dare la notizia dell’attentato, dimenticò di citare nei titoli del Corriere da lui diretto chi fosse il giornalista gambizzato. Lei come ricorda quei drammatici giorni?
Quel giorno arrivai verso le 11 in ufficio e trovai un’atmosfera convulsa. Mi dissero dell’accaduto, e mi chiesero di registrare immediatamente un commento per il piccolo spazio televisivo che avevamo su Telemontecarlo. Come sempre, la bobina doveva essere portata in auto a Montecarlo e l’auto doveva partire al più tardi verso mezzogiorno. Mi precipitai quindi di tutta fretta nello studio di registrazione in Porta Ticinese e registrai il commento a tempo record.
Cosa disse?
Ricordo di avere auspicato che, al cordoglio generale, non si unissero tutti quelli, ed erano tanti, che fino al giorno prima avevano additato Montanelli come “fascista”, “campione della reazione” e “nemico dei lavoratori”, fornendo indirettamente l’alibi morale per l’attentato contro un simile mostro. Quelli che, quando vedevano Montanelli al ristorante, fingevano di non conoscerlo. Lo stesso concetto venne poi espresso da Enzo Bettiza sul Giornale stesso.
Concentriamoci sull’uomo. Avere carattere, affermava Montanelli, significa avere un brutto carattere. Quanto era brutto il carattere di Indro?
Infinitamente meno di quello che si dice. Montanelli, come tutti gli uomini carismatici, non solo preservava, ma anche alimentava la sua immagine di burbero, di toscanaccio che non guarda in faccia a nessuno. In realtà Montanelli era uno degli uomini più assennati e ragionevoli che io abbia mai conosciuto. Nei rapporti personali, almeno io ne ho avuto questa esperienza, non solo era pacato, ma addirittura dolce. Poi, certamente, era capace di prendere decisioni dure e magari, per scrivere una battuta che gli piaceva, persino di compromettere un’amicizia.
Vero è che era incapace di dire bugie o indorare la pillola. Per questo era inadatto ai necrologi. Perché scriveva come se il morto fosse ancora vivo!
Nel complesso era una persona di carattere, capace di rifiutare la nomina di senatore a vita offertagli da Cossiga per non doversi compromettere con quel potere che da giornalista aveva sempre criticato.
Ma non era di cattivo carattere.
Con lei in particolare, com’era il rapporto?
Molto buono, perché non gli rompevo le scatole. C’era gente che, quando Montanelli era direttore, se ogni giorno non gli parlava non stava bene, io invece cercavo di infastidirlo il meno possibile. Poi però finiva che ogni sera, proprio in questa stanza, guardavamo assieme Derrick, un serial televisivo poliziesco che piaceva a entrambi.
Montanelli difendeva la propria vita privata con la scusa di essere «soltanto un giornalista». Ma questa, per usare uno dei suoi toscanismi, è una vera “bischerata”. Indro è stato un grande seduttore, e non solo di lettori…
Montanelli non era un Casanova. Era un “cottaiolo”. Ogni tanto aveva la sbandata. Con questa, con quella o con quell’altra. E la sbandata era forte. Per questo, dal punto di vista sentimentale, Indro è stato un uomo pieno di rimorsi, e di rimpianti. Capace di gesti molto cavallereschi.
Indro aveva viaggiato molto, erano cotte nazionali o internazionali?
Nazionali e internazionali. Aveva degli amori…
Corrisposti o non corrisposti?
Corrisposti. Era un uomo affascinante. Anche se ne parlava con assoluta disinvoltura, discuteva comunque poco dei suoi problemi sentimentali. Non era imbarazzato, ma reticente.
Dino Risi ricorda di aver visto un giorno Montanelli piangere in solitudine. Era seduto solo su di una panchina in un parco. Lo stesso giorno era uscito un suo magistrale articolo di fondo. È vero che la depressione è stata la sua compagna oscura per tutta una vita?
Montanelli era un ciclotimico. Aveva dei periodi di depressione, a cui seguivano dei lunghi momenti di normalità, e poi arrivava di nuovo la depressione, che era terribile. Mi ricordo che un giorno andai a trovarlo in una famosa clinica di Pisa, nel quale era ricoverato per un accesso di depressione spaventoso. Io dovevo registrare con lui una puntata di una nostra trasmissione televisiva sulla storia d’Italia. Ci andai con il mio cane Golia. La situazione era drammatica. Montanelli, che di natura era lievemente balbuziente, a causa delle medicine assunte aveva terribilmente aumentato la balbuzie, tantoché non riusciva nemmeno a spiccicare una frase completa. Mentre, con grande fatica, stavamo registrando un suo discorso, Golia si mosse di colpo facendo sonoramente tintinnare le medagliette che aveva addosso. La registrazione fu da buttare, e Indro a gran voce mi comunicò il desiderio di ammazzare il mio povero cane!
Le sue malinconie erano comunque del tutto indipendenti dai fulgidi successi della vita.
In quei momenti vedeva solo nero.
Il noto pessimismo montanelliano era figlio o padre della sua depressione?
Direi fratello. Lui non era pessimista perché depresso, ma pessimista razionalmente. Il pessimismo aveva a che fare con la sua parte razionale, la depressione invece con quella emotiva.
Depresso quindi sì, ma senza cessare di essere ironico e mordace. Il luogo ufficialmente deputato all’ironia montanelliana erano i Controcorrente. Come nascevano? Chi, oltre a lui, li scriveva?
Non ricordo se sia stata sua l’idea del Controcorrente, ma di certo lo sono il titolo e la formula. Tantoché con la scomparsa di Montanelli non esiste più, nonostante le imitazioni su altri giornali.
A differenza delle risposte alle lettere, attribuite a Montanelli ma che in maggioranza scrivevo io, i Controcorrente erano pressoché tutti suoi. Nel Controcorrente Montanelli ci metteva quel non so che di imponderabile, la punteggiatura, la pausa, che lo rendevano unico. Il controcorrente montanelliano aveva due qualità: la brevità e la fulminea efficacia.
È vero che Pertini si arrabbiava moltissimo per i Controcorrente che lo prendevano di mira e tempestava di telefonate Montanelli, riempiendolo di invettive?
Sì, soprattutto si arrabbiò moltissimo per un Controcorrente che, riportando un suo discorso, concludeva: «È un ragionamento che ci si può attendere da uno che ha ottant’anni. Suonati».
Montanelli si considerava un «disordinato refrattario al lavoro di squadra», animato da uno spirito d’indipendenza sconfinante nella riottosità. Insomma, un vero intellettuale di destra, stando alla definizione di Prezzolini
Montanelli non era disordinato, ma ordinatissimo. Nell’organizzazione della sua giornata, nell’alimentazione, nell’attenersi alle cure mediche. Ma politicamente, questo è vero, aveva un certo fondo anarchico. Di sicuro non era fatto per il lavoro di squadra, perché era un individualista, un campione.
Come era Montanelli nel ruolo di chi la disciplina doveva imporla, perché direttore di un quotidiano?
Non era fatto per essere un direttore. Era incapace di comandare. Per esserlo bisogna sapere “tagliare le teste”, mentre lui era troppo indulgente. Indulgenza che, però, non riguardava i testi scritti, sui quali era invece severissimo. Sapeva “fiutare” subito dalle prime righe se un libro o un articolo erano di qualità o robaccia. Poi aveva certi cinismi impareggiabili. Un giorno gli chiesi come recensire un libro bruttarello di un collega. Mi rispose: «questo libro non vale niente, se ne può anche parlar bene».
Che rapporto aveva con i giovani collaboratori?
Consapevole della sua altezza, non solo fisica, Indro non covava invidie. Era desideroso di incoraggiare i giovani talenti, magari raccontando loro la sua fulminea carriera.
Per un ragazzo, però, Montanelli era da maneggiare con cura. Nel leggerlo si correva il rischio di venire raggelati dal suo pessimismo, che negli ultimi tempi aveva rotto ogni argine. Una volta, rispondendo alle ansie di un giovane lettore, lo stordì affermando che «l’Europa sta perdendo la corsa al futuro, perché ha alle spalle troppo passato»…
Questa è una bellissima freddura che deve aver scritto anche solamente per il gusto della battuta. D’altronde era veramente molto pessimista sull’Italia, negli ultimi tempi in forma quasi ossessiva. Tutto questo, in effetti, poteva essere scoraggiante per un giovane lettore. Talvolta se ne accorgeva e scriveva che i giovani non hanno diritto al pessimismo. Ma era una pezza che metteva senza crederci troppo.
Quando voleva, però, Montanelli sapeva anche entusiasmare i lettori. In Valtellina sono ancora in molti a ricordare un suo articolo di fondo apparso sul Giornale in occasione dell’inondazione del 1987. Lì Montanelli, volendo elogiare gli alluvionati che senza lamentarsi si erano messi al lavoro, pensando al resto della Penisola scrisse: “Fosse tutta Valtellina”
Condivido assolutamente. Talvolta con Montanelli parlavamo della Valtellina, ricordando quando i suoi comuni avevano l’orgoglio di presentare bilanci in pareggio. Pratica destinata a svanire quando si accorsero che, mentre loro avevano stretto la cinghia per ottenere un simile risultato, altrove lo Stato ripianava i deficit di comuni disastrati che avevano fatto carne di porco del pubblico danaro. Montanelli era profondissimamente antileghista, ma era del tutto consapevole dell’esistenza di due Italie. Quella in cui si ritiene che le cose si ottengano perché se le si è meritate, e quella in cui si ritiene che le cose si ottengano perché c’è un protettore che te le fa avere.
Nonostante le sferzate che lanciava, Montanelli non ha comunque mai cessato di riconoscersi “irrimediabilmente” italiano. In cosa consisteva la sua irrimediabile italianità?
Era una cotta. Una cotta obbligata. Come uno che ha sposato una poco di buono, di cui però è irrimediabilmente innamorato. E insiste tristemente a volerle stare vicino, seppur con l’assoluta consapevolezza di avere a che fare con una di quelle.
Nei risvolti dei suoi libri, si legge che Indro viveva tra Milano, Roma e Cortina. Milano era la sua città, a Cortina si riposava. E a Roma, città che secondo lui «uccide i giornalisti» per la troppa vicinanza con i palazzi del potere, che faceva?
Era un po’ una civetteria quando diceva che a Roma stava male. In realtà nella capitale aveva molti amici. Era un po’ come quando mi confessava, «sai Mario, noi difendiamo l’economia di mercato. Ma per difendere i capitalisti, bisogna frequentarli poco». A Roma viveva comunque appartato, in una bella casa in piazza Navona di proprietà di un istituto religioso. Era uno strano selvatico, sempre solitario in mezzo a tanta gente.
Ha seguito quest’estate la polemica sull’egemonia culturale della sinistra nella Prima Repubblica? Lei che negli anni ’70 scrisse sul Giornale, che ne pensa?
Penso sia un fatto innegabile. Penso anche che, di questa egemonia culturale, debba essere dato atto alla sinistra medesima, che ha saputo costruirla. Negli anni in cui alla Democrazia Cristiana interessavano i posti di amministrazione negli istituti e negli ospedali, dove correva il denaro, la sinistra si interessava dell’insegnamento universitario e dell’insegnamento nelle scuole medie, dominando così l’universo dell’istruzione. È evidente che lì ha forgiato la sua egemonia culturale, come d’altronde teorizzava Gramsci. Ma è un risultato che va a merito suo e a demerito degli altri.
Tenero con la sinistra, Montanelli non lo è mai stato. Negli ultimi tempi, però, punse prevalentemente a destra
Qui entriamo nel campo della rottura con Berlusconi. Una rottura che ha condizionato Montanelli fortissimamente negli ultimi anni della sua vita. Lui pungeva a destra con grande accanimento, più accanimento probabilmente di quanto sarebbe stato giusto, sebbene capisco perfettamente che non volesse dirigere un giornale di Berlusconi con Berlusconi in politica. Credo sarebbe stato meglio fosse rientrato subito al Corriere, senza la sfortunata esperienza della Voce.
Esperienza a cui Lei partecipò
Sì. Fu un’avventura disastrosa. Penso che in quel periodo abbia sbagliato a lasciarsi circuire dalla sinistra, che è bravissima in questo. Appena può agganciare qualcuno importante non lo molla più, blandendolo.
Un esempio?
Penso a Franco Cardini. Prima era considerato un berlusconiano, adesso che è su posizioni più critiche è diventato accettabile. O a Massimo Fini. Ecco, se c’è uno di destra, che dice delle cose di una reazionarietà incredibile, è lui. Ma siccome è antiberlusconiano, a sinistra l’hanno cooptato!
Lei assunse la direzione del Giornale post-montanelliano e pro-berlusconiano…
E post-feltriano
…dal 1997 al 2001. L’arco di tempo in cui Berlusconi è stato all’opposizione. Per caso o per scelta?
Ho voluto che le mie dimissioni dalla direzione, del tutto volontarie, avvenissero in coincidenza con i miei 80 anni, nel marzo 2001. Sono stato particolarmente contento che queste coincidessero con la vigilia delle elezioni, nelle quali era largamente prevista una vittoria di Berlusconi. Era già abbastanza difficile fare il direttore di un giornale appartenente, in buona sostanza, al capo dell’opposizione. Ma fare il direttore di un giornale appartenente al capo del governo è molto più difficile, e in qualche caso addirittura imbarazzante.
Oltre a quelli usciti negli anni passati, recentemente sono stati pubblicati due volumi su Montanelli (quello di Travaglio e quello di Granzotto), molto diversi nel valutare la sua uscita dal Giornale. Appurato che Montanelli, nel constatare come «in Italia, quando si è morti, lo si è per sempre», fortunatamente nel suo caso si sbagliava, viene da chiedersi: quanti Montanelli ci sono stati?
Travaglio è un ragazzo d’ingegno, ma che ormai ha preso i voti dell’antiberlusconismo. Così tende a ridurre la biografia di Montanelli al contrasto con Berlusconi. Ma la biografia di Indro è ben altro che questo: è molto più ampia! C’è ad esempio un personaggio che al Giornale per quasi vent’anni è stato l’ombra di Montanelli, ed è Gian Galeazzo Biazzi-Vergani. Da queste biografie è scomparso. Sembra che Montanelli fosse tutto il giorno insieme a Travaglio, e gente come Biazzi-Vergani non sia mai esistita.
La biografia di Granzotto mi pare invece molto ben fatta e soprattutto ripara a una curiosa situazione. Ultimamente c’è stata un’appropriazione, non dico indebita, di Montanelli, da parte del Corriere della Sera. Mi riferisco alla tendenza di ridurre Montanelli agli anni trascorsi, prima o dopo il Giornale, al Corriere, come se i vent’anni al Giornale fossero un qualcosa di appena appena rilevante. E invece sono stati quelli gli anni fondamentali della vita giornalistica di Montanelli, in cui ha dimostrato straordinario coraggio morale e giornalistico. Granzotto ha ristabilito questa verità. Perché ormai sembra che tutti abbiano conosciuto Montanelli, anche giornalisti di cui Indro, se fosse ancora vivo, non si ricorderebbe nemmeno il nome.
Ma a parte questo, al tempo della rottura ricordo che Indro soffrì molto, perché si rese conto che, negli ultimi tempi, tanti montanelliani di ferro lo stavano abbandonando, non condividendo le sue ultime posizioni. Questo fu per lui causa di un’angoscia profonda.
Con la sua scomparsa, tuttavia, molti si sono riconciliati con lui, capendo le decisioni che prese, mosso dal desiderio di estrema indipendenza. E tutti indistintamente sentono la sua mancanza.
Molti affermano sconsolati che un giornalista come lui non ci sarà più. Volgendo lo sguardo al passato, c’è stato un Montanelli prima di Montanelli?
Secondo me c’è stato un Montanelli quasi a lui parallelo. Era Curzio Malaparte, un grande talento per caratura e capacità estrosa, ma moralmente molto meno capace. La grandezza di Montanelli è che, nel leggerlo, anche oggi vediamo che è perfetto. Leggiamo invece Arnaldo Fraccaroli, penna che un tempo fu delle più illustri, e ci accorgiamo di quanto sia diventato illeggibile. Dopo Montanelli metto solo Paolo Monelli, per la prosa straordinaria, al quale mancava però il guizzo montanelliano. Sì, non credo ci sarà più un Montanelli. Anche perché Indro appartiene a una generazione in cui c’era ancora l’elzeviro, dove da un’idea si poteva tirare fuori un pezzo. Oggi invece a un articolo è richiesta più sostanza.
Montanelli è sempre stato fieramente di destra. Che, non smetteva di ricordare, mai intese in termini ideologici, bensì come «una morale, un catechismo di comportamenti: disinteresse, correttezza, discrezione, orrore dello spettacolo e della demagogia». Se accettiamo questa definizione, chi è oggi di destra in Italia?
È una domanda imbarazzante, poiché con il ruolo assunto dalla televisione, i tipi che Montanelli prendeva a esempio, gente come Einaudi, oggi in video farebbero una pessima figura. Ora è il tempo di una destra più populista. Persone come Quintino Sella, o anche in fondo un liberal-democristiano come Alcide De Gasperi, insomma le persone serie che non inducono allo spettacolo, non ci sono più. Ma, in fondo, anche una certa sinistra non c’è più. Un Togliatti, con tutto il suo dogmatismo e il suo cinismo, ma anche con la sua serietà, non esiste più.
Ho avuto poche possibilità di leggerlo (si consideri che è morto quando avevo solo quattordici anni), ma ricordo con molta nostalgia le sue "Stanze" sul "Corriere della Sera", così come i suoi libri di divulgazione, che mi permettevano di fare bella figura nelle interrogazioni.
L'intervista a Mario Cervi, che qui riporto, ricostruisce la figura di un giornalista di altri tempi, capace di dividere e di entusiasmare, in anni particolarmente caldi per l'Italia e per il mondo. I suoi ritratti, lo so, sono un'altra cosa, ma non penso che si sarebbe potuto scrivere un autoritratto...
Intervista a Mario Cervi. Quando con Indro guardavamo Derrik
Mario Cervi mi accoglie alla redazione del Giornale, nell’ufficio che un tempo fu di Indro e ora è a lui riservato. È questo il ponte di comando del vascello diretto per venti lunghi anni da Montanelli. Una stanza affacciata in Via Gaetano Negri a Milano, in cui innumerevoli volte è risuonato il ticchettio della fida “Lettera 22”, la macchina da scrivere con cui il capitano Indro componeva i suoi alati fondi o silurava il povero malcapitato con un mordace Controcorrente.
Non è opportuno tuttavia abbandonarsi a un eccessivo timore reverenziale per un simile luogo. Montanelli, così avverso ad ogni compiacimento retorico, probabilmente non avrebbe gradito. E il gioviale sorriso di Mario Cervi, l’amico e collega di tante avventure giornalistiche, è un rassicurante invito al colloquio.
Secondo Luigi Barzini fare il giornalista è sempre meglio che lavorare. Secondo lei?
C’è del vero in quello che diceva Barzini. Soprattutto in passato, ad esempio, in un grande giornale come il Corriere, i giornalisti si muovevano sul confine tra la bohème e la letteratura. Erano tipi notturni, stravaganti. Adesso però la professione è molto più impiegatizzata. Ma rimane un mestiere goliardico e un po’ approssimativo. Va bene per gente di talento, brillante, ma non abituata ad approfondire. Anche se poi i giornalisti non è che non lavorino, anzi! Ma fanno un mestiere che generalmente gli piace molto.
Come è diventato giornalista Mario Cervi. Per caso o per scelta?
Per raccomandazione, come succede sempre in Italia. Era da poco finita la guerra (fine ’45, inizio ’46) e io cercavo lavoro. Lo trovai grazie a un amico di mio padre, stenografo del Corriere. Cercavano giovani a cui affidare lavori “umili”, giornalisticamente parlando, e mi misero a fare il reporter. Sono entrato dai piani bassi, dalle “cucine”. In cronaca il reporter era quello che raccoglieva le notizie dai commissariati, dalle guardie mediche. Poi c’era l’estensore, perché si presupponeva che il reporter fosse quasi analfabeta.
Poi sono riuscito a passare di piano, sebbene un’altra battuta di Barzini era che «il Corriere è un edificio senza scale». Dove entravi, lì rimanevi.
Comunque meglio che in Settimo piano di Dino Buzzati
Beh sì, in quel racconto si scendeva e basta! Comunque nel giornalismo si entra o dai piani bassi, come è capitato a me, o di colpo dai piani alti, come è capitato a Montanelli, soprattutto con i suoi reportage dalla Finlandia, che lo hanno reso immediatamente una star.
Quando ha conosciuto Montanelli?
Subito nel ’46. Ma la mia vera consuetudine con Indro è iniziata con il Giornale, quando mi chiese di andare con lui. Prima stava spesso a Roma e io a Milano, e in più giravo molto, perché facevo l’inviato.
Per lungo tempo lei condusse infatti varie inchieste. Nel 1967 si occupò della giustizia in Italia. E della sua lentezza. Un tema che rimane attuale
Perché non è cambiato niente. Con i suoi difetti l’Italia è di un conservatorismo assoluto. Li mantiene e li preserva con un affetto incredibile. E tutti i cambiamenti che avvengono, sono all’insegna del facilismo. Ad esempio, è giusto battersi contro l’idea dell’avanzamento automatico dei magistrati. Ma per ottenere cosa, se poi si avanza per scelta ma non per merito? Spesso, infatti, la scelta è dettata dai favoritismi.
Oltre che inviato, lei è stato anche storico. E da storico ha lavorato alla stesura della Storia d’Italia insieme a Montanelli. Com’è nata la vostra collaborazione?
Avvenne dopo la pubblicazione de L’Italia in camicia nera. Io gli chiesi quando sarebbe uscito il prossimo libro e lui mi confidò di non trovare più il tempo per occuparsene, gravato com’era dagli impegni del Giornale, che l’avevano anche obbligato a troncare prematuramente L’Italia in camicia nera. Io gli proposi di continuare la serie assieme e lui mi rispose che ne sarebbe stato molto felice. La cosa sembrò finire lì. Ma non si era scordato. Il giorno dopo, infatti, arrivò con due paginette sul discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925, quello con cui insediava la dittatura. Quelle costituirono l’inizio del nuovo volume L’Italia littoria. Da qui prese il via la nostra collaborazione.
In verità la gran parte dei volumi successivi, come Indro ha sempre riconosciuto, li ho scritti io, con la sua piena approvazione. Poi lui faceva le prefazioni e le postfazioni, che erano molto importanti. Naturalmente, se dovevo inserire il ritratto di un personaggio di cui Montanelli aveva già scritto, attingevo dai suoi articoli.
Ha mai pensato di continuarla da solo?
Indro stesso mi aveva esortato a farlo. Credo ne avrei le capacità tecniche. Senza di lui, però, senza il suo guizzo d’ingegno, non sarebbe la stessa cosa. E allora preferisco astenermi. Questo è un mio grande rammarico.
La Sua collaborazione con Montanelli alla Storia d’Italia è stata simile a quella di Roberto Gervaso per i precedenti volumi?
No, mi pare che con Gervaso la tecnica fosse diversa. A quanto ho sentito dire, lui gli elaborava una specie di canovaccio e Indro lo metteva in bella copia.
Il vostro approccio brioso e aneddotico attrasse vasti consensi tra i lettori. Ma anche critiche dagli storici di professione. C’è chi motteggiò l’opera parlando di un’«Italia dei luoghi comuni»
Sì, ma è una definizione molto precedente alla nostra collaborazione.
Indro non era uomo dei luoghi comuni, ma un giornalista che sapeva nobilitarli dando loro una spiegazione razionale.
La vostra opera è riassunta nel volume unico “L’Italia del millennio”. Alla fine, qual è la vostra Italia?
Non quella dei luoghi comuni, appunto. Non l’Italia retorica del sole e dell’amore, ma un Paese che da secoli porta sulle spalle un handicap gravissimo, che è il suo deficit di senso civico. Ci sono degli storici che arzigogolano per 800 pagine sulla verità di una tale ipotesi. Ma questo, molto più semplicemente, è un dato di fatto.
Un’analisi non dissimile a quella di Giuseppe Prezzolini nel suo L’Italia finisce, in cui alla millenaria civiltà italiana, espressa magnificamente nella forma dei comuni del ‘300-‘400, viene contrapposta l’intrinseca debolezza della struttura statale nata dopo il 1861, che deve sempre scontrarsi con la cronica mancanza di senso civico del cittadino italiano.
Esatto.
Ma oltre alla collaborazione alla Storia d’Italia, Lei fu anche parte di quell’«argenteria di famiglia» che Montanelli sottrasse al Corriere della Sera per fondare nel 1974 il Giornale Nuovo
Io non partecipai all’ideazione dell’impresa, perché ero andato in Cile, un anno dopo il colpo di stato di Pinochet, per vedere cosa stava succedendo. Al ritorno a Milano – era la primavera del 1974 – trovai ad aspettarmi Egisto Corradi, poi corrispondente di guerra del Giornale, venuto a portarmi la proposta di Indro di passare al Giornale. Dopo averci pensato un po’, accettai. In seguito Corradi mi disse che Montanelli era rimasto molto sorpreso che un “corrierista” come me avesse accettato di buttarsi in quell’avventura.
Quelli erano anni, parola di Indro, in cui la borghesia di Milano flirtava con i Capanna, abbassando gli occhi se incrociava il «fascista» Montanelli. Come ricorda gli inizi “pionieristici” di un’impresa così osteggiata?
Ricordo una sensazione che ci accomunava, quella di essere degli assediati di un castello malfermo. In questo spirito c’era spavalderia, goliardia, ma anche capacità professionale. E la consapevolezza e l’orgoglio di interpretare la cosiddetta “maggioranza silenziosa”. Sapevamo di parlare a nome di un’Italia che non rivelava nemmeno di essere d’accordo con noi perché aveva paura di compromettersi, ma che era d’accordo con noi, magari senza neanche comprare il Giornale.
Un giorno i presidi degli extraparlamentari di fronte alla redazione del giornale esplosero in un’irruzione di scalmanati nella sede del quotidiano…
Quel giorno non c’ero, perché facendo l’inviato ero spesso lontano. Ma questo tipo di irruzioni erano un fiore all’occhiello per noi: l’avallo alla nostra nascita e alla nostra esistenza.
Nel ’77 Montanelli venne gambizzato dalle Br. Al suo capezzale, egli ricorderà poi, vi erano tra gli altri un Berlusconi tanto piangente che a Indro «toccò consolarlo come se avessero sparato a lui». Spadolini tenne un discorso televisivo, nel quale pareva fosse lui il ferito. Ottone invece, nel dare la notizia dell’attentato, dimenticò di citare nei titoli del Corriere da lui diretto chi fosse il giornalista gambizzato. Lei come ricorda quei drammatici giorni?
Quel giorno arrivai verso le 11 in ufficio e trovai un’atmosfera convulsa. Mi dissero dell’accaduto, e mi chiesero di registrare immediatamente un commento per il piccolo spazio televisivo che avevamo su Telemontecarlo. Come sempre, la bobina doveva essere portata in auto a Montecarlo e l’auto doveva partire al più tardi verso mezzogiorno. Mi precipitai quindi di tutta fretta nello studio di registrazione in Porta Ticinese e registrai il commento a tempo record.
Cosa disse?
Ricordo di avere auspicato che, al cordoglio generale, non si unissero tutti quelli, ed erano tanti, che fino al giorno prima avevano additato Montanelli come “fascista”, “campione della reazione” e “nemico dei lavoratori”, fornendo indirettamente l’alibi morale per l’attentato contro un simile mostro. Quelli che, quando vedevano Montanelli al ristorante, fingevano di non conoscerlo. Lo stesso concetto venne poi espresso da Enzo Bettiza sul Giornale stesso.
Concentriamoci sull’uomo. Avere carattere, affermava Montanelli, significa avere un brutto carattere. Quanto era brutto il carattere di Indro?
Infinitamente meno di quello che si dice. Montanelli, come tutti gli uomini carismatici, non solo preservava, ma anche alimentava la sua immagine di burbero, di toscanaccio che non guarda in faccia a nessuno. In realtà Montanelli era uno degli uomini più assennati e ragionevoli che io abbia mai conosciuto. Nei rapporti personali, almeno io ne ho avuto questa esperienza, non solo era pacato, ma addirittura dolce. Poi, certamente, era capace di prendere decisioni dure e magari, per scrivere una battuta che gli piaceva, persino di compromettere un’amicizia.
Vero è che era incapace di dire bugie o indorare la pillola. Per questo era inadatto ai necrologi. Perché scriveva come se il morto fosse ancora vivo!
Nel complesso era una persona di carattere, capace di rifiutare la nomina di senatore a vita offertagli da Cossiga per non doversi compromettere con quel potere che da giornalista aveva sempre criticato.
Ma non era di cattivo carattere.
Con lei in particolare, com’era il rapporto?
Molto buono, perché non gli rompevo le scatole. C’era gente che, quando Montanelli era direttore, se ogni giorno non gli parlava non stava bene, io invece cercavo di infastidirlo il meno possibile. Poi però finiva che ogni sera, proprio in questa stanza, guardavamo assieme Derrick, un serial televisivo poliziesco che piaceva a entrambi.
Montanelli difendeva la propria vita privata con la scusa di essere «soltanto un giornalista». Ma questa, per usare uno dei suoi toscanismi, è una vera “bischerata”. Indro è stato un grande seduttore, e non solo di lettori…
Montanelli non era un Casanova. Era un “cottaiolo”. Ogni tanto aveva la sbandata. Con questa, con quella o con quell’altra. E la sbandata era forte. Per questo, dal punto di vista sentimentale, Indro è stato un uomo pieno di rimorsi, e di rimpianti. Capace di gesti molto cavallereschi.
Indro aveva viaggiato molto, erano cotte nazionali o internazionali?
Nazionali e internazionali. Aveva degli amori…
Corrisposti o non corrisposti?
Corrisposti. Era un uomo affascinante. Anche se ne parlava con assoluta disinvoltura, discuteva comunque poco dei suoi problemi sentimentali. Non era imbarazzato, ma reticente.
Dino Risi ricorda di aver visto un giorno Montanelli piangere in solitudine. Era seduto solo su di una panchina in un parco. Lo stesso giorno era uscito un suo magistrale articolo di fondo. È vero che la depressione è stata la sua compagna oscura per tutta una vita?
Montanelli era un ciclotimico. Aveva dei periodi di depressione, a cui seguivano dei lunghi momenti di normalità, e poi arrivava di nuovo la depressione, che era terribile. Mi ricordo che un giorno andai a trovarlo in una famosa clinica di Pisa, nel quale era ricoverato per un accesso di depressione spaventoso. Io dovevo registrare con lui una puntata di una nostra trasmissione televisiva sulla storia d’Italia. Ci andai con il mio cane Golia. La situazione era drammatica. Montanelli, che di natura era lievemente balbuziente, a causa delle medicine assunte aveva terribilmente aumentato la balbuzie, tantoché non riusciva nemmeno a spiccicare una frase completa. Mentre, con grande fatica, stavamo registrando un suo discorso, Golia si mosse di colpo facendo sonoramente tintinnare le medagliette che aveva addosso. La registrazione fu da buttare, e Indro a gran voce mi comunicò il desiderio di ammazzare il mio povero cane!
Le sue malinconie erano comunque del tutto indipendenti dai fulgidi successi della vita.
In quei momenti vedeva solo nero.
Il noto pessimismo montanelliano era figlio o padre della sua depressione?
Direi fratello. Lui non era pessimista perché depresso, ma pessimista razionalmente. Il pessimismo aveva a che fare con la sua parte razionale, la depressione invece con quella emotiva.
Depresso quindi sì, ma senza cessare di essere ironico e mordace. Il luogo ufficialmente deputato all’ironia montanelliana erano i Controcorrente. Come nascevano? Chi, oltre a lui, li scriveva?
Non ricordo se sia stata sua l’idea del Controcorrente, ma di certo lo sono il titolo e la formula. Tantoché con la scomparsa di Montanelli non esiste più, nonostante le imitazioni su altri giornali.
A differenza delle risposte alle lettere, attribuite a Montanelli ma che in maggioranza scrivevo io, i Controcorrente erano pressoché tutti suoi. Nel Controcorrente Montanelli ci metteva quel non so che di imponderabile, la punteggiatura, la pausa, che lo rendevano unico. Il controcorrente montanelliano aveva due qualità: la brevità e la fulminea efficacia.
È vero che Pertini si arrabbiava moltissimo per i Controcorrente che lo prendevano di mira e tempestava di telefonate Montanelli, riempiendolo di invettive?
Sì, soprattutto si arrabbiò moltissimo per un Controcorrente che, riportando un suo discorso, concludeva: «È un ragionamento che ci si può attendere da uno che ha ottant’anni. Suonati».
Montanelli si considerava un «disordinato refrattario al lavoro di squadra», animato da uno spirito d’indipendenza sconfinante nella riottosità. Insomma, un vero intellettuale di destra, stando alla definizione di Prezzolini
Montanelli non era disordinato, ma ordinatissimo. Nell’organizzazione della sua giornata, nell’alimentazione, nell’attenersi alle cure mediche. Ma politicamente, questo è vero, aveva un certo fondo anarchico. Di sicuro non era fatto per il lavoro di squadra, perché era un individualista, un campione.
Come era Montanelli nel ruolo di chi la disciplina doveva imporla, perché direttore di un quotidiano?
Non era fatto per essere un direttore. Era incapace di comandare. Per esserlo bisogna sapere “tagliare le teste”, mentre lui era troppo indulgente. Indulgenza che, però, non riguardava i testi scritti, sui quali era invece severissimo. Sapeva “fiutare” subito dalle prime righe se un libro o un articolo erano di qualità o robaccia. Poi aveva certi cinismi impareggiabili. Un giorno gli chiesi come recensire un libro bruttarello di un collega. Mi rispose: «questo libro non vale niente, se ne può anche parlar bene».
Che rapporto aveva con i giovani collaboratori?
Consapevole della sua altezza, non solo fisica, Indro non covava invidie. Era desideroso di incoraggiare i giovani talenti, magari raccontando loro la sua fulminea carriera.
Per un ragazzo, però, Montanelli era da maneggiare con cura. Nel leggerlo si correva il rischio di venire raggelati dal suo pessimismo, che negli ultimi tempi aveva rotto ogni argine. Una volta, rispondendo alle ansie di un giovane lettore, lo stordì affermando che «l’Europa sta perdendo la corsa al futuro, perché ha alle spalle troppo passato»…
Questa è una bellissima freddura che deve aver scritto anche solamente per il gusto della battuta. D’altronde era veramente molto pessimista sull’Italia, negli ultimi tempi in forma quasi ossessiva. Tutto questo, in effetti, poteva essere scoraggiante per un giovane lettore. Talvolta se ne accorgeva e scriveva che i giovani non hanno diritto al pessimismo. Ma era una pezza che metteva senza crederci troppo.
Quando voleva, però, Montanelli sapeva anche entusiasmare i lettori. In Valtellina sono ancora in molti a ricordare un suo articolo di fondo apparso sul Giornale in occasione dell’inondazione del 1987. Lì Montanelli, volendo elogiare gli alluvionati che senza lamentarsi si erano messi al lavoro, pensando al resto della Penisola scrisse: “Fosse tutta Valtellina”
Condivido assolutamente. Talvolta con Montanelli parlavamo della Valtellina, ricordando quando i suoi comuni avevano l’orgoglio di presentare bilanci in pareggio. Pratica destinata a svanire quando si accorsero che, mentre loro avevano stretto la cinghia per ottenere un simile risultato, altrove lo Stato ripianava i deficit di comuni disastrati che avevano fatto carne di porco del pubblico danaro. Montanelli era profondissimamente antileghista, ma era del tutto consapevole dell’esistenza di due Italie. Quella in cui si ritiene che le cose si ottengano perché se le si è meritate, e quella in cui si ritiene che le cose si ottengano perché c’è un protettore che te le fa avere.
Nonostante le sferzate che lanciava, Montanelli non ha comunque mai cessato di riconoscersi “irrimediabilmente” italiano. In cosa consisteva la sua irrimediabile italianità?
Era una cotta. Una cotta obbligata. Come uno che ha sposato una poco di buono, di cui però è irrimediabilmente innamorato. E insiste tristemente a volerle stare vicino, seppur con l’assoluta consapevolezza di avere a che fare con una di quelle.
Nei risvolti dei suoi libri, si legge che Indro viveva tra Milano, Roma e Cortina. Milano era la sua città, a Cortina si riposava. E a Roma, città che secondo lui «uccide i giornalisti» per la troppa vicinanza con i palazzi del potere, che faceva?
Era un po’ una civetteria quando diceva che a Roma stava male. In realtà nella capitale aveva molti amici. Era un po’ come quando mi confessava, «sai Mario, noi difendiamo l’economia di mercato. Ma per difendere i capitalisti, bisogna frequentarli poco». A Roma viveva comunque appartato, in una bella casa in piazza Navona di proprietà di un istituto religioso. Era uno strano selvatico, sempre solitario in mezzo a tanta gente.
Ha seguito quest’estate la polemica sull’egemonia culturale della sinistra nella Prima Repubblica? Lei che negli anni ’70 scrisse sul Giornale, che ne pensa?
Penso sia un fatto innegabile. Penso anche che, di questa egemonia culturale, debba essere dato atto alla sinistra medesima, che ha saputo costruirla. Negli anni in cui alla Democrazia Cristiana interessavano i posti di amministrazione negli istituti e negli ospedali, dove correva il denaro, la sinistra si interessava dell’insegnamento universitario e dell’insegnamento nelle scuole medie, dominando così l’universo dell’istruzione. È evidente che lì ha forgiato la sua egemonia culturale, come d’altronde teorizzava Gramsci. Ma è un risultato che va a merito suo e a demerito degli altri.
Tenero con la sinistra, Montanelli non lo è mai stato. Negli ultimi tempi, però, punse prevalentemente a destra
Qui entriamo nel campo della rottura con Berlusconi. Una rottura che ha condizionato Montanelli fortissimamente negli ultimi anni della sua vita. Lui pungeva a destra con grande accanimento, più accanimento probabilmente di quanto sarebbe stato giusto, sebbene capisco perfettamente che non volesse dirigere un giornale di Berlusconi con Berlusconi in politica. Credo sarebbe stato meglio fosse rientrato subito al Corriere, senza la sfortunata esperienza della Voce.
Esperienza a cui Lei partecipò
Sì. Fu un’avventura disastrosa. Penso che in quel periodo abbia sbagliato a lasciarsi circuire dalla sinistra, che è bravissima in questo. Appena può agganciare qualcuno importante non lo molla più, blandendolo.
Un esempio?
Penso a Franco Cardini. Prima era considerato un berlusconiano, adesso che è su posizioni più critiche è diventato accettabile. O a Massimo Fini. Ecco, se c’è uno di destra, che dice delle cose di una reazionarietà incredibile, è lui. Ma siccome è antiberlusconiano, a sinistra l’hanno cooptato!
Lei assunse la direzione del Giornale post-montanelliano e pro-berlusconiano…
E post-feltriano
…dal 1997 al 2001. L’arco di tempo in cui Berlusconi è stato all’opposizione. Per caso o per scelta?
Ho voluto che le mie dimissioni dalla direzione, del tutto volontarie, avvenissero in coincidenza con i miei 80 anni, nel marzo 2001. Sono stato particolarmente contento che queste coincidessero con la vigilia delle elezioni, nelle quali era largamente prevista una vittoria di Berlusconi. Era già abbastanza difficile fare il direttore di un giornale appartenente, in buona sostanza, al capo dell’opposizione. Ma fare il direttore di un giornale appartenente al capo del governo è molto più difficile, e in qualche caso addirittura imbarazzante.
Oltre a quelli usciti negli anni passati, recentemente sono stati pubblicati due volumi su Montanelli (quello di Travaglio e quello di Granzotto), molto diversi nel valutare la sua uscita dal Giornale. Appurato che Montanelli, nel constatare come «in Italia, quando si è morti, lo si è per sempre», fortunatamente nel suo caso si sbagliava, viene da chiedersi: quanti Montanelli ci sono stati?
Travaglio è un ragazzo d’ingegno, ma che ormai ha preso i voti dell’antiberlusconismo. Così tende a ridurre la biografia di Montanelli al contrasto con Berlusconi. Ma la biografia di Indro è ben altro che questo: è molto più ampia! C’è ad esempio un personaggio che al Giornale per quasi vent’anni è stato l’ombra di Montanelli, ed è Gian Galeazzo Biazzi-Vergani. Da queste biografie è scomparso. Sembra che Montanelli fosse tutto il giorno insieme a Travaglio, e gente come Biazzi-Vergani non sia mai esistita.
La biografia di Granzotto mi pare invece molto ben fatta e soprattutto ripara a una curiosa situazione. Ultimamente c’è stata un’appropriazione, non dico indebita, di Montanelli, da parte del Corriere della Sera. Mi riferisco alla tendenza di ridurre Montanelli agli anni trascorsi, prima o dopo il Giornale, al Corriere, come se i vent’anni al Giornale fossero un qualcosa di appena appena rilevante. E invece sono stati quelli gli anni fondamentali della vita giornalistica di Montanelli, in cui ha dimostrato straordinario coraggio morale e giornalistico. Granzotto ha ristabilito questa verità. Perché ormai sembra che tutti abbiano conosciuto Montanelli, anche giornalisti di cui Indro, se fosse ancora vivo, non si ricorderebbe nemmeno il nome.
Ma a parte questo, al tempo della rottura ricordo che Indro soffrì molto, perché si rese conto che, negli ultimi tempi, tanti montanelliani di ferro lo stavano abbandonando, non condividendo le sue ultime posizioni. Questo fu per lui causa di un’angoscia profonda.
Con la sua scomparsa, tuttavia, molti si sono riconciliati con lui, capendo le decisioni che prese, mosso dal desiderio di estrema indipendenza. E tutti indistintamente sentono la sua mancanza.
Molti affermano sconsolati che un giornalista come lui non ci sarà più. Volgendo lo sguardo al passato, c’è stato un Montanelli prima di Montanelli?
Secondo me c’è stato un Montanelli quasi a lui parallelo. Era Curzio Malaparte, un grande talento per caratura e capacità estrosa, ma moralmente molto meno capace. La grandezza di Montanelli è che, nel leggerlo, anche oggi vediamo che è perfetto. Leggiamo invece Arnaldo Fraccaroli, penna che un tempo fu delle più illustri, e ci accorgiamo di quanto sia diventato illeggibile. Dopo Montanelli metto solo Paolo Monelli, per la prosa straordinaria, al quale mancava però il guizzo montanelliano. Sì, non credo ci sarà più un Montanelli. Anche perché Indro appartiene a una generazione in cui c’era ancora l’elzeviro, dove da un’idea si poteva tirare fuori un pezzo. Oggi invece a un articolo è richiesta più sostanza.
Montanelli è sempre stato fieramente di destra. Che, non smetteva di ricordare, mai intese in termini ideologici, bensì come «una morale, un catechismo di comportamenti: disinteresse, correttezza, discrezione, orrore dello spettacolo e della demagogia». Se accettiamo questa definizione, chi è oggi di destra in Italia?
È una domanda imbarazzante, poiché con il ruolo assunto dalla televisione, i tipi che Montanelli prendeva a esempio, gente come Einaudi, oggi in video farebbero una pessima figura. Ora è il tempo di una destra più populista. Persone come Quintino Sella, o anche in fondo un liberal-democristiano come Alcide De Gasperi, insomma le persone serie che non inducono allo spettacolo, non ci sono più. Ma, in fondo, anche una certa sinistra non c’è più. Un Togliatti, con tutto il suo dogmatismo e il suo cinismo, ma anche con la sua serietà, non esiste più.